Le incredibili metamorfosi di un cognome solo apparentemente semplice

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Da ben più di trent’anni molte persone sembrano non riuscire ad accettare la specifica, rigorosa e anagrafica disposizione delle lettere che fa del mio cognome, il mio cognome. Pensavo che le possibilità anagrammatiche e di cambio di vocale fossero esaurite, pensavo che, dopo Predesin, Presodin, Pedrosin e Predolin l’orgia carnascialesca delle variazioni fosse ormai circoscrivibile, documentabile, finita; e invece, a ferragosto, al tavolo prenotato telefonicamente il giorno prima, su un brandello di tovaglia cartacea,  ho trovato scritto Davide Predonis per tre; variante inedita che non può che rassicurarmi riguardo gli infiniti malintesi  che ancora mi attendono.

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L’esperto risponde a se stesso

A volte a metà mattina, a lavoro, scopro di avere una specie di ecchimosi purpurea sui vambracci, come se avessi appena lottato in una gabbia con qualche bestia feroce. Facendo appello a tutto il mio acume però, ripercorro le attività della mattina, la doccia, il caffè, la colazione, e ricordo che con la marmellata ai frutti di bosco non si scherza: sui vambracci, si sa, nella foga, è un attimo.

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Benedizioni

Un uomo cieco e molto vecchio, con un incredibile rassomiglianza a Aemon Targaryen, la stessa severa e umana austerità del Lord Commander, è alla ricerca di alcuni pezzi classici rivisitati in maniera orchestrale da Richard Clayderman e James Last. Al suo seguito, a braccetto, una donna, forse ucraina, robusta, stoica e pazientissima nell’incassare i suoi rimbrotti.

Mentre leggo le tracce di ogni raccolta a disposizione, il signore si stringe vigorosamente i testicoli, non so se per scaramanzia o per qualche problema geriatrico urologico.

Quando lo accompagno all’ascensore che lo porterà alle casse con i ciddì che ha scelto, l’uomo ci tiene a ringraziarmi per la mia, dice, “infinita gentilezza” e mi stringe la mano con la stessa sua con cui, poc’anzi, era aggrappato ai preziosi.

Tra me e me lo ringrazio per aver trasformato un’altra noiosa e “gentilissima” giornata mercenaria in una specie di strana benedizione.

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Il bagno della staffa

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Topi e felicità domestica

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Non che abbia paura dei topi, ci mancherebbe. E’ solo che non mi ci voglio trovare davanti ancora, a un topo: non voglio di nuovo essere costretto a ucciderlo, non amo raccoglierne i resti.

L’evenienza non risulta poi così remota. Sono portato, per i motivi che sto per elencare, ad avvertirne la presenza, in casa o fuori, quando mi affaccio di notte alla finestra per fumare una sigaretta.

Alla mia destra si erge un imponente condominio. I rumori, per quanto leggeri, e forse perché nuovi visto il recente trasloco, possono facilmente essere ricondotti alla fenomenologia sonora di un roditore. In particolare, cercando di resistere al comprensibilissimo timore indotto da frequenti e recenti avvistamenti, provo a concentrarmi, mentre fumo, e tento di raccogliere il maggior numero di elementi per poter negare o rassegnarmi ad ammettere.

Il rumore cessa e passa a sembrarmi nient’altro che il bordone di una televisione in qualche appartamento lontano; dev’essere in corso una sparatoria.

Per alcuni istanti mi sento sollevato, anche se rimane il dubbio non si tratti che di un malinteso fomentato da una acclarata deficienza uditiva.

Una volta davanti al computer, mi sembra di udire ancora un rumore sottile e stridulo che riconduco subito al gocciolio del rubinetto che in effetti, per fortuna, gocciola. Quando cessa mi convinco che la fonte è ancora esterna ma solo più flebile e discontinua. Rimango in silenzio e appena ricomincio a battere sui tasti del computer, eccolo.

Le apparecchiature elettriche accese sono:

1- L’amplificatore dello stereo

2- Le casse dello stereo

3- Il modem

4- Un ventilatore

5- Un computer con ventola rumorosa

6 – Il bordone classico del frigo che a volte raggiunge frequenze stridule.

Un vicino di età veneranda commentava oggi in maniera abbastanza pertinente che “dove il topo mette la testa, mette anche il corpo”. Il portiere giura che all’ex mattatoio, in qualche sotterraneo, abbiano stipato un’incredibile quantitativo di carne imbevuta di anticoncezionali. Mi sembra una sparata da portinaio ma non ho elementi per contraddirlo quindi, una volta a casa, controllo le tavolette appiccicose con l’esca, mi assicuro che nulla vi sia rimasto attaccato e, essendo il rumore ancora avvertibile, avvicino di nuovo l’orecchio ad ogni apparecchio elettrico. Quando mi allontano scema.

Rimango immobile, in ascolto: nulla. Mi muovo di qualche passo, sento di nuovo il rumore nei pressi della sedia. Alzo una borsa che vi sta appoggiata sopra ed eccolo. Faccio ricadere la borsa sulla sedia e questa urta la scrivania che ha gambe molto sottili e che, vibrando, fanno vibrare un porta penne che vibrando squittisce. Sposto il portapenne in una posizione più stabile e continuo a scrivere.

Il vicino dice che l’anno scorso gliene è entrato uno grosso così ma che è successo solo una volta. E no, la finestra non la apre, non tiene mai aperta la finestra, neanche adesso che fa caldo. Sembra un uomo robusto, sembra in grado di strozzare una tartaruga ninja ma tenere la finestra chiusa d’estate per lui sembra importante se non ovvio e indispensabile, visto il rischio.

Pensavo che traslocando al primo piano le cose sarebbero migliorate. Non che mi abbiano mai aggredito ma a piano terra correvano sul labirintico intrico dei rami del kiwi e non potevo mai propriamente sentirmi al sicuro, per quanto assuefatto al senso di rischio.

Dalla finestra della cucina, ora, vedo il muro che sostiene il terrapieno del condominio a fianco al mio. Sopra il terrapieno il portiere ammassa l’immondizia, mobili caduti in disuso, scheletri di biciclette. Lungo il muro di contenimento del terrapieno, a distanza regolare, ci sono fori oblunghi rettangolari che permettono lo scolo dell’acqua. Sono semi-ricoperti da un’edera rigogliosa che fa pensare a quella di un castello medioevale.

Il trasloco è quasi finito e finalmente mi affaccio al davanzale. La casa è luminosa, fuori è molto verde e, forse, non sono esposto ai topi. Mentre mi faccio abbagliare da questo incauto ottimismo ne avvisto quattro in fila indiana in uscita da uno dei suddetti fori rettangolari oblunghi. Percorrono con ostentata dimestichezza i grossi rami dell’edera medioevale, più o meno all’altezza della mia finestra. Guardo in basso e seguo lo stretto cornicione lungo cui passa il tubo del gas che entra sotto la finestra, collegato alla tettoia di un magazzino adiacente al muro percorso dall’edera.

Chiamo il padrone di casa, e in un degnissimo impeto di sdegno gli spiego che non è possibile vivere in prossimità di così tanti topi nel duemilasedici, in occidente. Il padrone, riconoscendo la bontà delle mie argomentazioni, il giorno dopo fa togliere tutta l’edera e piazzare le esche nei buchi.

Il risultato è che di topi e squittii non ne ho più visti o sentiti. Adesso ci sono solo formiche in cucina ed esce acqua dal pavimento in bagno ma vuoi mettere mi dico sudando.

Che poi alla fine l’acqua sul pavimento era solo lo scarico della lavatrice che perdeva. Ora, finalmente, mi sento a casa.

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Fanno er panico, fanno

L’altra sera la vicina mi raccontava che è stata sposata con un sudafricano. Dal Sudafrica è fuggita perché avvertiva una strana tensione che si manifestava per esempio nella suocera che le suggeriva di non andare al centro dopo le quattro perché a quell’ora scendevano i bambini poveri dalle montagne a rubare. Si è quindi trasferita in Venezuela. La mamma aveva già sessantotto anni ma è diventata la beniamina di tutti i disadattati della foresta pluviale: le portavano in regalo frutta e pesce e la chiamavano Nonna. Lei faceva la pasta per tutti mentre le scimmie le fregavano la frutta. Una volta ha ammazzato un serpente velenoso con la scopa.
Ogni mattina andava al mercato e parlava in italiano ma la sera dicevano alla figlia che la mamma parlava, parlava ma loro non capivano e le dicevano di sì, ma in verità non capivano niente. Quando sono tornati a Roma la nonna ha continuato a usare parole spagnole, soprattutto nella lista della spesa: le liste della spesa della nonna hanno ancora, anche a Roma, parole come leche, hamòn, queso ecc ecc.
La vicina mi racconta anche del bar dove lavora.
C’è un tipo che si fa chiamare Ascia: un algerino naturalizzato romano che sostiene di essere un indiano comanche sciamano. Usa solennemente parole sciamaniche inventate e impone le mani sulle spalle di tutti quelli che entrano al bar: le stringe, molla la presa lentamente e dice “ora sei libero”.
Dice anche di essere molto ricco ma vende quelle tartarughe di legno con il collo con la molla e chiede sempre una birra tiepida. Porta un saio e dei capelli lunghi che gli arrivano alle spalle, riccetti effetto bagnato.
Poi ci sono i punkabbestia, uno russo in particolare che chiede ripetutamente le sigarette alla vicina. L’altra sera la vicina gli ha detto:
“Aò m’hai rotto er cazzo cos ste sigarette! Voi vivè pe’ strada? Non voi lavora? Bravo, ma che devo lavorà io per’ te?”
“Eh ma che discorsi sono?” ha obiettato il punkabbestia. “Ti ho chiesto solo una sigaretta!”
“Nà sigaretta? Me stai a batte e sigarette da na settimana!” gli ha risposto la vicina.
La vicina mi racconta anche che un ubriaco l’altra sera ha provocato Jackson, un ivoriano alto due metri, “uno che lo sa che no’ deve massacrà la gente, uno buono come nà pagnotta ma veramente na montagna de omo”. Questo ubriaco prima ha afferrato Jackson per le collane e poi “ha provato a darje in testa con un bastone”, aggiunge Giancarlo, l’amico calabrese della vicina. “Ma Jackson l’ha visto e j’ha tirato un pugno che, pe’ quello che ne capisco io, era proprio un bel pugno” aggiunge l’amico dell’amico calabrese della vicina. Insomma Jackson tiene un ginocchio sulla gola di quello sprovveduto ubriaco, in modo che non scappi mentre aspettano la polizia e quando arrivano, anche gli sbirri commentano, riferendosi a Jackson, “aò non s’oo poteva trova’ più piccolo almeno?”
Poi, continua la vicina, hanno dovuto, lei e gli amici del bar, aiutare i poliziotti a compilare il verbale. Quello addetto alla compilazione ha chiesto se si poteva dire “tangenzialmente”.
La vicina dice che ultimamente i carabinieri sono un po’ più colti e preparati, rispetto ai poliziotti.
“Amo dovuto faje noi er verbale, che quanno vie’ James, l’unico inglese che s’è imparato er romano – sta sempre a dì “namo” “famo”, e viè sempre ar bar a domandarce de faje lezione de itaiano e pe’ ogni domanda su i condizionali ce stanno dieci risposte diverse!”

Quando i poliziotti sono venuti per Jackson hanno detto alla vicina che avevano sentito che lei, nel quartiere , ormai “se la comanda” e a questo la vicina ha risposto: “m’aa comanno? E che devo fa se voi no’ passate mai? Se no ‘ce stamo noi qua fanno er panico fanno: n’avete capito!”.

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Patch Adams oltre cortina

 

Un padre rumeno che indossa un paio di simil clark nere con le cuciture bianche, cappellino col frontino di panno un po’ floscio con su scritto New York, auricolare bluetooth, naso aquilino, faccia da comico, molto gentile, inglese comprensibile, mi mostra sul telefonino la foto del figlio in pijama che suona un ibanez a sette corde; me le fa perfino contare, sulla foto, le corde e, devo accettarlo, sono sette.

Vuole fare una sorpresa al figlio e portargli qualcosa “that he can enjoy”.

Gli propongo un pedale per chitarra, una loop station, un flanger, un wah wah e alla fine il marshall a transistor da 2 watt che si appende alla cintura. Lui sorride che sembra gli si spacchi la faccia in due: era proprio questo, mi spiega, il “giocattolo” che cercava. Capisco dal sorriso quanto bene possa voler a quel figlio in pijama; magro come un asta di microfono, che suona un’ibanez a sette corde.

L’amico del padre – sono due coppie tra i quarantacinque e cinquant’anni – compra invece, sempre per il figlio, amico, sembra, di quello in pijama, un paio di bacchette. E’ un uomo molto serio, un po’ tetro, bianco spettrale, diffidente quasi come la maggior parte dei rumeni in vacanza in Italia. Il primo, da questo punto di vista, non è che l’eccezione che conferma la regola; visto che a confronto sembra uno scatenato saltimbanco. Quello tetro ortodosso mi chiede in base a cosa si differenzino le tipologie di bacchette e io gli spiego che alcune sono più grosse e pesanti altre più sottili e leggere e anche lui improvvisamente sorride che gli si spacca la faccia. L’effetto è ancora più piacevole perché gli manca un canino e un altro dente a fianco al canino, ma soprattutto perché non me lo aspettavo che avrebbe sorriso anche lui come un monello. Non è facile far sorridere un rumeno come un monello ma ne vale sempre la pena.

Russi e rumeni sembrano un po’ guardinghi e sulla difensiva quando sono in vacanza Italia, forse si sentono giudicati. Io invece, in quanto ragazzo di bottega, li metto a loro agio; fungo volente o nolente da Patch Adams oltrecortina.

 

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La pesca a scroscio

Ho mangiato una pesca gigante: al primo morso, dentro al lavello, è esplosa scrosciando, colandomi sul vambraccio. Venti minuti ci ho messo, a mangiarla, a scroscio, la pesca gigante.

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Del nostro irriducibile desiderio di ewok

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Nelle ore che precedono il mio odierno e indefettibile turno di lavoro, bighellonavo come mi piace lungo il fiume, alla ricerca di ossigeno, sole e silenzio. Scendendo la rampa che passa sotto al ponte cosiddetto di ferro, sono stato salutato dal primo bighellone del giorno, un giovane fumatore con gli occhiali da sole seduto esattamente dove avrei voluto sedermi io; ovvero su una specie di gradino di parapetto contro cui si può, fronte sole, addirittura appoggiare la schiena. Convinto di non averlo mai visto prima ma non escludendo ci fossimo incrociati nelle stesse circostanze cosa che, per lui, doveva essere sufficiente per un ciao – e questo, credo, gli faccia onore – ho risposto al saluto e mi sono apparecchiato su un altro muricciolo soleggiato dove ho incominciato a leggere un libro che avrei forse dovuto leggere in adolescenza ma che, in adolescenza, doveva essermi sembrato troppo adolescente.

Mentre leggevo e non pensavo certo a queste cose, su cui, a onor di cronaca, rifletto solo ora, ovvero su cui non rifletto perché scrivo e quindi dico solo quello che mi passa per la testa, ecco che, alzando lo sguardo – dopo aver ammirato una donna che correva con una lunghissima faccia cavallina, e un’altra che produceva un piacevole tintinnio di cose che si appendono sulle porte in Cina – ecco alla mia destra avanzare un altro jogger che, nonostante la temperatura mite, indossa un cappello nero calato sugli occhiali e una sciarpa a tubo in pile. Il signore, rallentando la corsa e indicandomi una misteriosa costruzione muschiata composta di pietre irregolari e assi di legno, un cubo ricoperto di rami d’edera secca delle dimensioni di un metro e mezzo per un metro e mezzo, mi chiede, con una punta di inequivocabile emozione nella voce, se non ci abiti forse qualcuno, nel suggestivo cubo muschiato, di cui pensa forse io sia il guardiano. Lì per lì, preso alla sprovvista, valuto la leggerezza con cui posso aver trascurato quella che mi era parsa una comune centralina elettrica, e così, mi alzo a valutare la bontà delle ipotesi del corridore. Ne ispezioniamo insieme ogni lato, non individuando, ahimè, alcuna apertura che possa autorizzare l’ipotesi che il cubo muschiato sia abitato.

Mentre torno a sedermi riconosco di essermi comprensibilmente fatto sedurre dalla voglia di ewok del signore. Questo, escludendo una condizione psicotica, doveva essersi convinto di averne scovata addirittura una famiglia intera di ewok, raccolti a pranzo nella loro legittima e insospettabile abitazione lungo il fiume.

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L’importanza del mare: ovvero un accorato appello a tutti i recidivi sedicenti bagnanti che non si bagnano, soprattutto a te, sconsiderato ragazzo acquaesapone che, nonostante ci sia tanto spazio, hai voluto stendere il tuo inutile asciugamani a pochi passi dal mio

 

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Perché ti ostini a non volerti bagnare, giovane ragazzo acquaesapone accompagnato dalla tua bianchissima ragazza acquaesapone?

Anche lei si è bagnata, l’ho vista, fino alla vita si è bagnata. E, nonostante lo schiaffo, tu – il sole allo zenit, nessun ombrellone – non ti aspergi, perché? Spiega, spiega, giovane bagnante acquesapone che non si bagna?

Dico acquaesapone perché, anche se esibisci diversi tatuaggetti, ti ho sentito, sai, parlare con la mamma al telefono: posso testimoniare della tua acquasaponaggine, cosa che non sembra comunque averti portato consiglio: la scelta più semplice e responsabile, in questo momento, sarebbe farti un bagnetto.

Mentre immobile e serio guardavi l’orizzonte, devi avermi notato, essendo ripetutamente entrato nel tuo campo visivo, devi avermi notato camminare con l’aria di uno che voglia solo bagnarsi un alluce, le tempie o la nuca, un vecchio idrofobo che all’improvviso compie uno scatto inconsulto e furioso e, una volta in acqua, continua a correre alzando le ginocchia fino a quando perde l’equilibrio ed è costretto a tuffarsi di testa e scomparire. Per qualche minuto, infatti, mi hai perso di vista: ho nuotato il più a lungo possibile, a rana, a pochi centimetri dal fondo. Ma ecco, a un centinaio di metri dalla battigia la tua più terribile nemesi: il bagnante che si bagna con la frequenza di un cane da riporto.

Cerco di essere il più espressivo possibile: da lontano tento di renderti manifesta la gravità della sfida che costituisce per me la tua cocciutaggine. Come posso far breccia nel tuo arido cuore sabbioso? Come medicare ciò che ti rende refrattario e immune alle lusinghe del Tirreno che fu anche di Ulisse?

Fosse sporca, l’acqua – la schiumetta, gli assorbenti – capirei. Ma, se solo ti avvicinassi – il caldo deve aver compromesso in te alcuni fondamentali meccanismi riflessi – noteresti tre tonalità di blu e due di verde; dovresti notarli, i colori, già da quel tuo rovente infernale cantuccio di bagnante che non si bagna.

Non sono le Barbados, d’accordo, ma non è neanche fogna a cielo aperto. O pensi anche tu che gli espurghi fognari della città si riversino direttamente qui? Che bagnarsi in questo mare sia insalubre e folle?

Magari hai ragione, eppure, sapessi com’è fresca e salata questa che a te par cloaca e a me sembra vero mare.

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