Domande retoriche

Considerare la somiglianza formale tra la domanda filosofica classica “perché sono al mondo” e la più prosaica “chissà che cazzo sono venuto a prendere in camera” dovrebbe aiutarci a riprendere il controllo di noi stessi con rinnovato entusiasmo, ricordandoci che la risposta viene solo uscendo dalla suddetta camera, o impasse, dimenticando la domanda stessa e facendoci balenare, mentre attendiamo ad altre occupazioni, una risposta sotto sotto già nota e anche abbastanza scontata.

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L’abbaglio

Per molti mesi, forse anni, ho creduto che i giovani, soprattutto i giovani, fossero molto preoccupati dalle onde elettromagnetiche emanate dai loro telefoni e che, per questo, telefonassero tenendo sempre i loro telefoni orizzontalmente davanti alla bocca e orizzontalmente davanti all’orecchio. Mi sembrava una condotta ammirevole e responsabile: i giovani non volevano prendersi un cancro al cervello, mentre noi, i vecchi, soprattutto io, ce ne sbattevamo le palle e continuavamo a telefonare con la stessa boria incosciente di fine anni novanta. Rimanevo perplesso, è vero, che si potesse conversare con agio con il telefono in quella posizione ma mi dicevo che forse non conoscevo le caratteristiche tecniche dei loro apparecchi, forse il mio era un telefono di merda ma con quei loro telefoni nuovi, pensavo, doveva essere molto facile telefonare in orizzontale, con il telefono lontano dalle meningi.

E poi un giorno, finalmente, come nelle più belle fiabe della nostra infanzia – dopo aver ricevuto un messaggio vocale e aver visto e sentito qualcuno, da vicino, registrarne uno, ho avuto una fulminea, capitale e imbarazzante intuizione: i giovani non parlavano col telefono in orizzontale ma si registravano e inviavano a ripetizione infiniti messaggi vocali.

Dopo aver riso di me stesso ho incominciato a moraleggiare ed ecco finalmente cosa penso dei messaggi vocali, soprattutto da quando ho incominciato a riceverne molti, troppi, io stesso.

La scrittura comporta un certo grado di concentrazione e di rigore; di precisione e chiarezza. Un messaggio si manda per motivi logistici, amicali o amorosi ma in questi tre principali casi è prevista una fase più o meno inconscia di raccoglimento, organizzazione delle idee e volontà concreta e reale di comunicazione, anche nel caso si voglia ferire mortalmente un interlocutore. Scrivendo, è vero, si può fare molto male. Quindi non voglio dire che lo scrivere non sia a sua volta un’arma micidiale. Vorrei solo soffermarmi su un’altra e più banale forma “di male”, costituita, appunto, dal messaggio vocale. Un’arma prosaica, neppure mortale, come una manciata di coriandoli in faccia, della schiuma di carnevale sul paltò.

Per essere ancora più chiari, un messaggio vocale è come se ci suonassero il campanello di casa e dovessimo dare udienza a un visitatore che non vuole entrare, non è venuto a trovarci, chiede solo di essere ascoltato e osservato attraverso lo spioncino della porta di casa.

L’umile e stoico scrivente medio – salvo irrecuperabili casi di sciatteria e ignoranza sociale, ci tiene a recapitare qualcosa di confezionato in maniera decente, con una punteggiatura riposante; qualcosa che, oltre a risultare utile, sia anche gradito, simpatico, amorevole o, nei casi migliori, romantico, poetico o addirittura filosofico o comico. Un uozzàp scritto può essere qualsiasi cosa ma – salvo casi di liti amicali o amorose o azioni persecutorie che competono alla psichiatria, alle forze dell’ordine o alla giustizia privata – non sarà mai troppo molesto, un uozzàp scritto. Si può addirittura fingere di non averlo letto, non aprirlo nemmeno, ma, anche leggendolo, soprattutto nei casi di messaggi logistico-amministrativi, il dispiacere non potrà supererà mai una certa soglia. Il messaggio vocale, soprattutto quello che raggiunge un minutaggio da opera sinfonica barocca – ed è proprio il minutaggio, spesso, la cosa più terrificante, l’unica cosa scritta oltre al nome del mittente che ci terrorizza in prima battuta, – ci costringe ad ascoltare la voce di qualcuno che non ha scritto perché, soprattutto, credo, non ha ancora le idee chiare e a cui il messaggio stesso serve per chiarirsele in diretta con l’interlocutore ma senza contraddittorio.

Il messaggiatore vocale seriale può appartenere, secondo me, a tre macrocategorie: c’è l’innocente, perché amico o compagna/o, a cui, anche volendo, non possiamo attribuire malizia alcuna, la quale/il quale soprattutto, è ignaro, fino ad oggi, degli effetti della sua attività e a cui, al massimo, troveremo il coraggio di rimproverare una certa indolenza, illustrandogli con affetto i motivi per cui la nostra acclarata condizione nevrotica e ipersensibile ci impedisce di aprire i suoi messaggi vocali, invitandolo a reimparare a usare il pollice, se vuole comunicare con noi – una telefonata logistica normale non è contemplata, non sopportiamo nemmeno quella; almeno che non si tratti di un vecchio amico che vive in un altro continente o in una città troppo lontana.

La seconda tipologia è il rappresentante di laminati plastici che gira la penisola e l’Eurasia in macchina e guida dodici ore al giorno e, spesso, se vuole mandare un messaggio non può che ricorrere all’opzione vocale.

Alla terza tipologia appartiene chi ha scoperto che gli è venuta la gobba a scrivere chino messaggi col pollice. Potrei essere io stesso ma non mi piegherò mai perché non sto bene e preferisco piuttosto essere gobbo che molesto e contribuire a questo ormai sempre più insopportabile inquinamento acustico. Almeno meme, notizie e post di merda come questo, sono silenziosi, sono inquinamento silenzioso. Provate a immaginare se registrassi questo sproloquio e ve lo mandassi via uozzàp eh? Sareste contenti? Non credo.

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A fior di labbra

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La domanda filosofica più pertinente, oggi, non è se esiste o meno un dio o quale senso abbia vivere o se abbia un senso “comportarsi bene”: l’unica domanda filosofica che ci è rimasta è: possiamo vivere senza rompimenti di coglioni quando, non lavorando, potremmo dedicarci a quello che ci piace fare e che è sufficiente a farci glissare, raggiunta una certa età, almeno su i più tradizionali quesiti metafisici? La risposta è: no. Dobbiamo accettare che, come la vita eterna, anche l’omeostasi  sognata nello svolgimento delle nostre misere attività di bricolage non può esistere. Qualcosa sempre, o quasi, si frappone tra noi e un pugno di ore di qualità che ci siamo guadagnati e a cui abbiamo diritto in base al contratto collettivo nazionale del lavoro. E anche l’appello più classico all’imperturbabilità è ormai troppo disumano e fuori dal tempo e funziona comunque secondo il principio della pentola a pressione: non è che se tieni il fuoco basso  puoi andare in vacanza e pretendere che la pentola a pressione prima o poi non esploda.
C’è però un’opzione media: l’atarassia con  bestemmia pensata a fior di labbra che è una matura e sofisticata valvola di sfogo che riconosce l’imperturbabilita come mero mito ma anche come interessante orizzonte valoriale ma lo affianca a una discreta e legittima forma di protesta contro l’ingiustizia universale; qualcosa che, volendo, dovrebbe riconoscere un dio perfetto.
Quando credete di vedere esempi di controllo e calma olimpica ricordate che anche i più insospettabili bestemmiano a fior di labbra o, nei casi peggiori, se la prendono in seconda battuta con gattini annaffiati innocenti o altre creature indifese.

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Vecchi mai

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Io capisco che nessuno vuole essere chiamato “anziano” nè sentirsi tanto meno “vecchio”. Eppure in coda al caf osservo un manifesto in cui si pubblicizzano dei sensori anti-fumo e acqua, pensati per chi “non vuole far preoccupare i propri cari”, e la testimonial dello spot, credo, dovrebbe rappresentare una donna non autosufficiente o comunque non abbastanza lucida da avvertire un incendio o una perdita d’acqua così abbondante e prolungata da mettere a repentaglio per  affogamento la propria stessa vita.
Eppure, nonostante queste supposte e indispensabili caratteristiche e nonostante la testimonial abbia un atteggimento mite e dimesso; nonostante stia sorseggiando una tazza di thè come brava vecchietta sdentata, la bionda signora non dimostra più di cinquantacinque anni. Ha qualche zampa di gallina d’ordinanza ma per il resto assomiglia alla Navratilova a fine carriera: tennista a cui nessuno avrebbe mai avuto il coraggio di regalare un sensore anti-fumo, nemmeno dopo che aveva appeso la racchetta al chiodo; chiunque l’avesse fatto, credo, avrebbe ricevuto quella stessa racchetta dritta sui denti.
Rifletto quindi sulle scelte di certe campagne pubblicitarie. Mi chiedo se abbiamo sul serio bisogno di sentirci giovani fino alla fine o se magari non si tratti proprio di questo: per farti accettare che sei solo e rincoglionito ti fanno rispecchiare in un individuo sano e in forze spacciato per tuo coetaneo. Per venderti un sensore salvavita devono farti credere che non ne avresti bisogno: perché sei ancora una virago bionda con un braccio in grado si  spaccare noci di cocco nell’incavo del bicipite. Avanzano solo qualche dubbio sull’apprensione dei tuoi cari, i quali te lo consiglierebbero loro stessi un sensore antifumo… se non avessero ancora  paura del tuo micidiale rovescio.

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Epifanie

(Testaccio, Roma, ore nove e venti di mattina, 07/05/2018)

Un uomo sulla settantina  seduto in macchina con tuta acetata bianca aperta a mostrare gli ori al collo; mullet riccetto effetto bagnato meschato; orecchino tempestato di brillantini a forma di  semiminima con legatura; bracciali, orpelli e occhialetti da lettura rosso vermiglio appoggiati sul naso sbraita e recrimina sullo stallo di governo inveendo contro Mattarella.

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Fa bene ma non fa miracoli

Tanti anni fa lo zio di un mio amico, vedendomi impegnato a far saltare scagliette di grana a destra e a manca con il coltello, prima di una cena, mi ha detto bonariamente in dialetto: ara che fa ben ma no’ fa miracoli. L’uscita mi ha fatto molto ridere perché era un modo di invitarmi a considerare che la mia voglia di formaggio stagionato non sarebbe mai stata comunque appagata; che forse stavo esagerando e soprattutto che qualsiasi fosse il motivo per cui mi stavo abbuffando, mangiare non avrebbe risolto il problema. Ovviamente forse esagero,  era solo una battuta, un non sense innocente. Non ho mai nemmeno avuto conferma che fosse un’espressione in uso o semplicmente una sua squisita trovata, eppure oggi pensavo che lo stesso ammonimento si potrebbe usare per le paranoie che affliggono i contemporanei e ovviamente anche me stesso. Certe paranoie  possono avere dei contenuti di realtà – diversi casi clinici ufficiali  e diagnosticati rivelano un sorprendente spirito di osservazione e un raro intuito nei paranoici. Ma bisogna andarci piano: come il grana, anche le paranoie “fanno bene ma non fanno miracoli”.

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Temperato

Screenshot_20180511-130045Non trovo mai una penna. Al massimo una che non scrive rimasta in tasca rovesciata con  l’inchiostro spalmato sulla plastica; in alternativa matite e pastelli spuntati. Non capisco neanche perché io abbia dei pastelli, non ricordo quando e perché li ho comprati anche se sembrano accompagnarmi da decenni, disumani e incomprensibili. Il temperamatite salta fuori solo quando meno me lo aspetto, quando non mi serve, come una specie di inutile utensile preistorico.  Finisco spesso, come adesso, per scrivere sul telefono, per non dovermi alzare e mettermi al computer, che poi neanche dovevo scrivere ma solo sottolineare, anzi cercavo qualcosa da usare come segnalibro – un segnalibro vero sarebbe troppo – e mi è venuto in mente l’evanescente e pessimo stato degli articoli da cancelleria di cui mi avvalgo quando li trovo, se li trovo, e ho scritto l’ennesimo inutile crudismo emo-confessionale. Non si può evolvere? Mi chiedo, non è possibile temperare per benino delle matite vere, decine di matite morbide e piazzarle in ogni angolo della casa? E soprattutto, è possibile farlo senza perdere qualcosa di prezioso? L’ho visto fare in un film, ho letto che c’è chi lo fa e si fa bello a raccontarlo e io non li sopporto quelli con le matite temperate a puntino sempre pronte, li sopporto meno di me stesso quando non trovo una matita, quelli con le matite temperate e sempre pronte.

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L’americano

Ieri a Portaportese un uomo molto alto, forse due metri, uno di quegli americani che, dopo vent’anni a Roma, continuano a parlare sempre e solo inglese, ha chiesto a un banchetto di scarpe se avevano un certo modello numero quarantacinque. Sembrava conoscere le ragazze e la venditrice dopo averlo salutato gli ha detto: “no, finish”. Quindi, rivolgendosi alla collega, ha aggiunto: “aò come se dice l’hai prese tutte te?”

 

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‘Na conferenza stampa

Ieri a Portaportese mi sono fermato a un banco di anticaglie in legno e ho mosso appena, avanti e indietro, un’automobilina con un pinocchio sopra che, quando la muovevi, il pinocchio faceva una rullata su un rullante che portava appeso al collo.
Quello del banco, pensando fossi preoccupato degli aspetti tecnici del giocattolo, ha voluto rassicurarmi: “funziona funziona e se voi sapè de che anno è chiedi pure”.
A questo, il vicino del banco a fianco, bonario ma sprezzante, guardando me ma rivolto a lui gli ha detto: “sì e che je voi fa, na conferenza stampa?”

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Farli sbottonare

Un sedicente impiegato del ministero dell’interno, uomo in soprappeso tra i cinquanta e i sessanta, capelli arancioni, andatura meccanica, sguardo fisso e voce monocorde, mi chiede “quella canzone degli Europe che non mi ricordo”. Gli do una raccolta degli svedesi cotonati in cui c’è The Final Countdown. Dopo aver ringraziato aggiunge che gli serve anche “l’Inno di Mameli diretto e interpretato dal maestro Allevi”. Non abbiamo nessuna registrazione di questa versione e gli propongo un umile Inno di Mameli contenuto in una raccolta da cinque euro e novantanove che contiene una ventina di inni nazionali del mondo.

Sembra soddisfatto e mi spiega che nel suo ufficio se ne sta per andare un dirigente a cui sono tutti molto affezionati e siccome a lui affidano sempre “certe festicciole di commiato” ha deciso di fargli una sorpresa musicale che, dice, “gli sarà di sicuro molto gradita”.

Gli faccio i complimenti per l’idea e aggiungo che mi piace molto una spilla che porta appuntata al maglione che si intravede attraverso il giaccone aperto. Mi spiega che è la spilla del ministero dell’interno “in cui vengono mostrate diverse armi quali spade asce e cannoni”.

“Purtroppo d’inverno non si vede” ma, aggiunge alzandosi il maglione, lui porta sempre con se molte altre insegne, distintivi, nastri, cartellini, placche, lascia passare e documenti di riconoscimento quali “il portachiavi della guardia di finanza, della polizia di stato, del pronto intervento medico” e molti altri che non ricordo visto che al collo, sotto al maglione, il sedicente impiegato del ministero dell’interno porta una quantità di chincaglierie da fare invidia a Mister T.

Continua spiegandomi che ci tiene sempre, quando qualcuno arriva o se ne va, a “organizzare qualcosa di carino”. “Una volta”, dice, “venne una signora francese per un incontro e ho cercato un libro che raffigurasse in copertina il legame tra Francia e Italia… ma non l’ho trovato e allora ho fatto delle fotocopie e un fotomontaggio da appendere. Sono bravo a fare queste cose e siccome lo sanno. mi affidano sempre questi compiti come di andare a comprare dei ciddì”.

Ormai completamente sbottonato, per salutarmi mi racconta di quando ha soccorso una signora che era caduta davanti all’altare della patria e che, siccome non si alzava, lui l’aveva aiutata e le aveva detto: “a signò, che se pensa che je fanno n’artro monumento pure a lei solo pecchè è caduta?”.

A questo gli ho stretto la mano ridendo e ci siamo augurati buona giornata.

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