Il lenzuolino

La disciplina lenzuolino è ancora poco praticata a livello agonistico ma già molto diffusa a livello amatoriale.
“E’ un’attività sportiva aerobica che, se ben condotta, può avere molti effetti benefici sull’organismo e deve essere calibrata sulle capacità fisiche del giocatore, che aumenteranno man mano che il fisico sarà più allenato”.
I più noti preparatori atletici consigliano il lenzuolino di notte, d’estate, com’è praticato in gran parte del mondo occidentale, soprattutto nelle aree cosiddette temperate mediterranee. Può essere giocato in solitaria o in coppia e viene favorito, come nel caso del surf, dello sci o del trekking, da alcune specifiche e imprescindibili condizioni metereologiche.
Quando dopo un temporale la temperatura si abbassa e voi, che fino a quel momento dormivate nudi o in mutande, avete freddo, allungate un braccio e individuate tastoni un lembo del lenzuolino che, nel sonno, esasperati dall’afa, avete scostato. La stessa operazione, per i più virtuosi, può essere eseguita, se il lenzuolino è finito ai piedi del letto, con la presa alluce-billice ma si sconsiglia ai dilettanti di avventurarsi in figure o evoluzioni a corpo libero che rischiano di compromettere muscolatura e articolazioni, visto che si tratta di uno sport che va praticato in dormiveglia, condizione che espone anche i professionisti a crampi contusioni e strappi.
Copritevi lentamente a seconda dell’abbassamento della temperatura percepita.
Si dice lenzuolino perfetto quando, con il lenzuolino allacciato stretto sotto al mento, viene raggiunta l’omeotermia, la fine della partita e la vittoria; freschi e al calduccio come bombici del gelso o bachi da seta.

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Miscellanea numero 2

1- Hulk

Fuori da un parrucchiere una volta ho visto un minuscolo spinoncino grigio, forse cieco e con una zampetta storta. Mi sono avvicinato e l’ho accarezzato. Era veramente uno straccio di cane ma pur non riuscendo a vedermi sembrava contento  mi fossi fermato. Indossava una pettorina più grande di tre taglie rispetto alla sua stazza, tremava come se faticasse a tenersi dritto sulle zampe e non sembrava volersi avventurare in nessuna posizione da cui dover essere costretto a rialzarsi.  Volevo fare qualcosa, dargli da bere, capire se era solo. Magari era di qualche signora che si stava facendo fare la messa in piega dal parrucchiere, ho pensato. Lì accanto c’erano due uomini che parlavano tra loro. Avevano dei caschi in mano e dovevano aver appena parcheggiato gli scooter e non sembravano in alcuna relazione con l’animale. Quando ho scelto di proseguire, sperando tornasse il padrone, uno dei due mi ha detto sorridendo: “E’ mio. E’ un po’ vecchierello ma sta bene.“Come si chiama?” ho chiesto.“Hulk”. Ha risposto lui.

E così l’ho salutato e ho prosegutio la mia passeggiata con la soddisfazione incredula tipica di certi sogni.

2 – La cintola

Quando ieri un cliente sui settanta, capelli bianchi lunghi spiritati, camicione jeans da  farmer australiano con raffinate decorazioni metalliche appuntate sulle tasche e una cintura con fibia ovale con pietra turchese centrale mi ha espresso ripetutamente la sua gratitudine per essermi prodigato in maniera ossessiva nel trovargli un disco fuori posto, mi sono tolto la soddisfazione di minimizzare e gli ho detto, ed era vero: “Dont’ worry I just did it for that gorgeous belt of yours”.

 

3- Malintesi

 

Tempo fa transitando nel quartiere con il proverbiale carretto da anziano per la spesa – il mio è rosso cardinale – notavo che la gente mi guardava con esagerato interesse. Un volto nuovo, da sempre, in tutte le culture, soprattutto nelle comunità montane, è un evento su cui indagare.

Dopo poco ho capito che venivo semplicemente associato a un individuo dedito all’accattonaggio: in genere, infatti, anche chi va a cassonetti si avvale della stessa tipologia di carretto e spesso anzi ci incrociamo: io diretto al supermercato, loro ai cassonetti. Ero insomma un volto non noto che destava ancora più interesse perché forse indigente

Un’altra volta invece, dopo essere stato per ore in coda alle poste mi sono preso un pezzo di pizza al taglio. Me l’hanno servito su un piattino di plastica e mi sono messo a mangiarlo al sole, fuori dalla pizzeria, in piedi, con la schiena appoggiata al muro.
Poco dopo, finita la pizza, ho notato che qualche passante mi guardava con lo stesso interesse degli abitanti del mio nuovo quartiere ma questa volta non avevo il carretto. Mi sono controllato giacca, pantaloni, scarpe e poi mi è caduto l’occhio sul piattino che tenevo ancora in mano, nonostante avessi finito la pizza da un po’, forse distratto dal sole in faccia.
Un piattino vuoto, di plastica, senza alcuna traccia di pizza, tenuto alto tipo cameriere per un tempo superiore a cinque minuti, ho pensato, può comprensibilmente indurre i passanti a supporre tu stia facendo l’elemosina.

4- Gente di mare

Un uomo che indossa degli occhiali da sole a specchio con riflessi metallizzati azzurrognoli e una giacca da pilota americano top gun con il pelo sul collo, mi si avvicina a meno di un metro – se non indietreggiassi velocemente faremmo naso-naso – e scrutandomi attraverso gli autorevoli occhiali a specchio mi chiede se abbiamo la colonna sonora del musical “Scugnizzi”. Controllo a terminale e dichiaro che mi dispiace ma il disco è fuori catalogo. Peccato, fa la moglie, purtroppo ce l’hanno rubato. Gli scugnizzi? Chiedo io per sdrammatizzare e buttarla in caciara, e lei no, no, saranno stati rumeni.

5 – La voglia di chitarra

Una signora ubriaca con capelli biondo tinti raccolti alla moira orfei, barcolla nella mia direzione e mi apostrofa urlando, brandendo una chitarra da esposizione: “Che m’aa dai questa?”. Le vado a prendere la chitarra in magazzino, la signora paga e mi chiede se può andare al bar con la chitarra. Le rispondo che ormai è sua, che può andare dove vuole e poco dopo la sento e scorgo seduta a uno dei tavoli del bar, percuotere lo strumento scordato mentre esegue rauchi sguaiati vocalizzi.
Dopo cinque minuti torna e, sempre urlando, si lamenta che la chitarra “non suona”. Le spiego che è scordata ma lei sostiene che “i cantini suonano male” che vuole “l’altra, quella più costosa”.
Se non la accorda, le ripeto, avrà lo stesso problema anche con una chitarra migliore. Gliela accordo, ma, anche da accordata ripete che “i cantini suonano male”. Le faccio il reso, si compra la chitarra più costosa aggiungendo una banconota da cinquanta euro stroppicciata e umidiccia, mi ringrazia e se ne va a percuotere la chitarra nuova davanti al negozio, seduta sul gradino della vetrina, accompagnandosi ancora con rauchi sguaiati vocalizzi.

6- Le indicazioni

A volte quando l’ennesimo cliente mi chiede dove sono i servizi igienici, il reparto concorsi pubblici o critica letteraria, senza nemmeno aver prima salutato, e ispirandomi per questo un’irresistibile antipatia per la sua intera persona, sublimo l’odio che mi sale dentro descrivendogli minuziosamente la strada col micidiale entusiasmo di una giovane marmotta: “Allora prosegua sempre dritto in quella direzione, scenda quattro gradini e continui ancora qualche metro lungo il ballatoio, da cui, alla sua sinistra, in fondo, a un centinaio di metri, potrà notare il soppalco del reparto critica letteraria e, sulla destra, pochi metri prima, il corridoio che conduce al settore concorsi pubblici. Prosegua altri dieci metri e, prima del bar, giri a sinistra e scenda la prima scala che incontra fino a raggiungere il settore letteratura che avrà già avuto modo di notare quando si è affacciato alla balaustra. Dopo circa cinquanta metri… “

A questo punto il cliente che, più che indicazioni precise cercava solo un modo per avere un libro o per cagare senza dover salutare, è già molto affaticato e stufo, mi interrompe e, con mia enorme soddisfazione, fugge punito.

7- La faccia

Faccio una faccia che faceva un amico, un collega, mio padre; sul tram, per strada, è una faccia che vedi. Un sorriso serio, concentrato, a labbra strette premute sui denti. Lo sguardo è assorto, quasi indifferente, a seguire la caduta lenta e inesorabile delle cose avvenute, sul fondo.

10- L’altro giorno guardavo una serie

L’altro giorno guardavo una serie e c’era questa scena in cui un uomo a casa da solo con il cane si stava chiaramente rompendo i coglioni. Improvvisamente telefona un suo amico e il primo non gli dice “mi sto rompendo i coglioni con il cane, il caminetto non si accende, fa freddo” No, gli dice “Janet è con i ragazzi, io e Charlie ci stiamo tenendo compagnia davanti al caminetto”. Questa apparente discrepanza tra fatti e parole mi ha ricordato che in effetti spesso succede così.

Chiamati a rendere conto a qualcuno che, per telefono, dovesse chiederci “come va? Cosa fai?” quello che poco prima non era che un indifferenziato stato di assenza e noia, può, con un colpo di mano che riesce a convincere perfino noi stessi, trasformarsi nell’unica blindatissima e rassicurante versione ufficiale.

“Tutto sommato” avrebbe potuto improvvisamente pensare quel personaggio strappato a se stesso dalla telefonata dell’amico, “non c’è niente per cui dovrei sentirmi triste o sfortunato, la noia, il freddo la solitudine non sono poi così insopportabili. C’è addirittura Charlie che dorme sul divano, ho un caminetto e tra un po’ la legna si accenderà come si deve”.

A volte pensiamo, aggiungo ora, che non stiamo facendo niente, e invece, interrogati, scopriamo che stiamo vivendo qualcosa di abbastanza accettabile per non dire piacevole. Siamo naturalmente portati a “salvare” anche le cose più insignificanti che ci riguardano distinguendo e riconoscendo gli elementi che le compongono; sciogliendo nodi immaginari che, da soli, anche col cane, potrebbero stringersi lentamente attorno al nostro stesso collo.

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Mangiaformiche

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Circa un mese fa, forse due, sul tram, un signore al telefono urlava. Un uomo alto che avevo già notato, sempre in giacca e cravatta, con una giacca, mi sembra, di quelle con le spalle imbottite. Capelli lunghetti unti pettinati all’indietro, raccolti in un codino basso sulla nuca. Una specie di yuppie avariato che non ricopriva sul serio nessun ruolo “direttivo”. Troppi dettagli ne minavano la credibilità: pallore, occhiaie scure, orecchino brillantino, completo “elegante” anni 80 toppo abbondante; catenine, orpelli eccentrici: una ricercatezza a suo modo affascinante per quanto viscida, scaturita da un sincero, evidente narcisismo. I tratti più degni di nota però erano lo sguardo, gli occhi; cattivi, famelici, forse un neo sulla guancia o sopra il labbro, cose che gli davamo un aspetto ancora più perverso perché nonostante tutto aveva “una bella faccia”. Di una bellezza “decaduta”, “impiegata” in maneggi e traffici che sarebbe difficile immaginare filantropici. Una canaglia a cui vorresti evitare anche di chiedere l’ora, se possibile.

Ad ogni modo, la cosa divertente, forse l’unica, è che nel corso dell’intera telefonata, forse vera, forse finta, fatta solo per attirare l’attenzione, l’uomo continuava a rivolgersi all’interlocutore, vero o presunto, con l’appellativo inedito, a me sconosciuto,

mangiaformiche.

E ripeteva ossessivamente cose come: “ti faccio bloccare l’attività dal giudice! Sei solo un mangiaformiche, un mangiaformiche sei”.

E questo termine riempiva il tram e la gente, per quanto spaventata e incredula sembrava contenta di assistere a quella pantomima e anche lui, secondo me, era sempre più soddisfatto di aver inventato quell’offesa così grottesca e buffa.

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La gente famosa

Quando attori, registi, musicisti ma soprattutto attori e registi stanno lavorando a qualcosa di cui si è parla nei giornali ma soprattutto quando “il loro film” è appena uscito nelle sale, tendono a uscire di più e a fare bagni di folla promozionali.
Magari non li vedi da anni ma quando finalmente esce il loro film “nelle sale” eccoli immergersi quasi timidi tra i comuni mortali, sicuri che saranno riconosciuti, delusi quando qualcuno, per semplice discrezione, finge di non riconoscerli.

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I cofanetti

Come esseri umani, si sa, abbiamo bisogno di conferire alle cose un valore che va oltre l’importanza alimentare, utilitaristica, legata alla mera sopravvivenza. Ci piace attribuire alle cose, a volte, anche fuori da contesti religiosi ufficiali, un valore che possiamo definire sacro. Proprio su questa predilezione a rendere gli oggetti sacri, quantomeno fino al momento del loro acquisto o possesso, fa leva il commercio e soprattutto l’industria discografica che persevera nel produrre oggetti voluminosi e inutili chiamati cofanetti. In alcuni casi dei veri e propri altarini davanti a cui l’ascoltatore idolatra ama inchinarsi. Il prezzo da pagare, soprattutto perché spesso nei suddetti cofanetti c’è poco più di quello che c’era, salvo rari casi, nei dischi singoli originali, non è altro che una vera e propria offerta votiva, come se ci si comprasse un totem da venerare. Ovviamente ognuno giustificherà l’acquisto elencando le versioni live o i take inediti eventuali, le fotografie, le cartoline e altre noiose reliquie però, è un fatto, ogni anno a natale escono tanti cofanetti di merda e più sono grossi e più vengono acquistati. Un po’ dagli idolatri stessi un po’ da chi vuole fare “bella figura” e regalare qualcosa di grosso e voluminoso che, piuttosto frequentemente verrà riportato indietro con richiesta di reso. Insomma tutti, o comunque molti, cercano qualcosa di grosso da adorare, qualcosa che arredi e possa essere mostrato, anche se si tratta dell’ultimo cofanetto di Mengoni o dell’ennesimo di Vasco Rossi. Per me, nemmeno l’ultimo cofanetto faraonico dei Pink Floyd fa eccezione. Anzi, quella è l’ennesima deprimente manifestazione dell’idolatria più spinta.

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Lavare le scatolette di tonno

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Tra le cose che almanacco senza appello come cose che farò perché “vanno fatte”, c’è il “lavare le scatolette di tonno”.

Quando lavo le scatolette di tonno vuote che ho lasciato per giorni a sgrassare con acqua e detersivo ma che vanno poi strofinate almeno un po’ con la spugnetta, spesso mi taglio un dito e bestemmio. Non è facile infatti non tagliarsi un dito lavando bene le scatolette di tonno. Anche dopo aver tolto il coperchio con linguetta rimane un bordino tagliente a cui il coperchio con linguetta era attaccato e, proprio con quello spesso mi taglio un dito. Anche se il taglio è piccolo, dalle dita, esce molto sangue che devi “medicare” tamponando la ferita, applicando un “cerottino”, interrompendo le tue urgenti attività domestiche.

Forse non dovevi lavarla, andava buttata come ai bei tempi, la scatoletta di tonno, andava buttata in un sacchetto, secchio o cestino pre epoca finto riciclaggio spinto o al massimo, sporca di tonno nell’apposito secchio plastica-metallo epoca riciclaggio; anche se dopo, a lungo andare, incomincerà a puzzare guastandoti la festa della vita.

Forse potrei usare un foglio di carta assorbente preventivo, per raccogliere i fondi di tonno, prima di lasciare la scatoletta in ammollo o riempirla di acqua e detersivo come del resto già faccio; anche se poi, comunque, vanno strofinate internamente le latte, e bisogna essere accorti e concentrati per non tagliarsi.

Bisognerebbe farne una passione: anche per questo ci vorrebbe almeno un briciolo d’amore.

 

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Appunti di un bifolco sull’ultimo giorno della Quadriennale di Roma

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Oggi siamo andati a vedere la Quadriennale di Roma al Palazzo delle Esposizioni. Era l’ultimo giorno ed eravamo curiosi e abbiamo preso anche il biglietto comitiva con la guida. La guida era un uomo spagnolo della nostra età che all’inizio mi sembrava uno stronzo ma poi ho capito che era solo stufo di ripetere le stesse cose venti volte al giorno. Lentamente gli è tornato il sorriso permettendoci di capire cose che da soli non avremmo capito e io ero contento che non faceva la spiegazione controvoglia e mi sono permesso di chiedergli se poteva anche alzare un po’ la voce visto che sono sordo.

Nella prima sala le opere esposte si rifacevano all’arte cosiddetta povera. Un’opera era costituita da travi di legno scadente sovrapposte in maniera disordinata in cui venivano trasmessi elettronicamente dei suoni; travi che vibravano e producevano riverberi simili a quelli delle campane tibetane che vendono a Porta Portese. C’erano anche delle sculture di materiali naturali appese a un muro bianco: conchiglie, arbusti, foglioline, ramoscelli. Una minuscola “radura” di ramoscelli mi ha fatto pensare a una minuscola foresta e il contrasto con la piccola mensola bianca che spuntava dal muro mi è piaciuto molto anche se non saprei bene spiegare il perché. La guida si è soffermata anche a descrivere una specie di costruzione costituita di pezzi di una colata di gesso che l’artista in questione aveva steso sopra le fondamenta di una chiesa “antica”, ha detto la guida, una chiesa situata “nella pianura padana”.

Dietro a un muro, nello stesso padiglione, venivano proiettate delle immagini di persone e volti in bianco e nero in veloce successione e il titolo era qualcosa tipo “volti anonimi” o “anonimato”.

Nel padiglione successivo c’erano molti televisori ultrapiatti messi in modo che lo spettatore potesse vedere solo con molto disagio le immagini che venivano trasmesse, addirittura, in un caso, solo distendendosi per terra. Ovviamente mi sono disteso per terra e ho visto due uomini che si guardavano ai due capi di un tubo o lunghissimo collare di pile.

Si trattava di video cosiddetti “virali”, alcuni, quelli in cui uomini giapponesi dementi si schiantavano contro porte chiuse o si spaccano in testa oggetti molto pesanti, potevano essere considerati gli archetipi dei video virali di youtube. Internet, ha continuato l’iberico, ha creato dei miti più popolari degli artisti viventi esposti e, per questo, nei video, i nomi degli artisti venivano accostati in maniera aleatoria ai nomi di blogger o dementi del web.

C’erano anche delle altre cose cosiddette “trash” come video di vagine fluorescenti retro-illuminate contenute in borsette spugnose simili a trousse che ho voluto fotografare quando nessuno guardava. Venivano proiettati anche dei cartoni animati dal sapore messicano. che dovevano significare qualcosa che non mi ricordo.

In un altro padiglione c’erano delle foto di spettatori o visitatori di mostre, amici degli artisti stessi. La cosa era interessante e riguardava una tendenza dell’arte contemporanea su cui la guida si è soffermata un po’ più a lungo, ovvero la tendenza del novecento a “banalizzare” l’arte liberandola dalla tradizionale aurea mitica e pomposa che almeno un po’ l’ha caratterizzata nei secoli scorsi. Tendenza che ha tra i suoi più celebri esempi anticipatori Bartebly lo scrivano di Melville da cui appunto prendeva il nome un’altra sala della mostra intitolata “Preferirei di no”, anzi, modernizzando ancora di più la cosa, chiamata “Nope”; scritto con led luminosi alla Bruce Nauman. Il fascino irresistibile per questa figura che manifestava con assoluto candore il diritto a rifiutarsi di svolgere il proprio lavoro, ha ispirato intere generazioni di artisti o quantomeno l’artista autore di quest’opera. La sala in questione era verde come era l’ufficio di Bartebly. Nella sala c’era anche una scala di legno sui cui erano disegnate delle palme come se fossero ombre di palme al tramonto e, sotto la scala che non portava a nulla, una palma rinsecchita. A fianco, poco più avanti, la scultura di un leone e sotto al leone un monitor su cui veniva proiettato un documentario in bianco e nero. L’intera stanza alludeva a quella specie di Vittoriano eretto da Badoglio ad Addis Abeba, monumento che, dopo la fine della colonizzazione fascista, non era nemmeno stato distrutto ma piuttosto abbandonato a ricordo del fatto che avevano eretto proprio un monumento del cazzo, in memoria di una colonizzazione tragica e vergognosa.

In un altro padiglione molto intellettuale e quasi neanche realmente artistico ma piuttosto documentario – l’ha sottolineato la guida spagnola – sulle pareti c’erano dei grafici in cui veniva articolato un discorso molto interessante affrontato da Pasolini in un documentario volutamente incompiuto intitolato “Appunti per un’Orestiade Africana”, in cui Pasolini tentava di riflettere, ispirandosi all’ “unica trilogia tragica di Eschilo priva di catarsi tragica finale”, sul fatto che le colonizzazioni europee dell’Africa hanno impedito o comunque compromesso il consolidamento di una cultura autoctona autentica.

Quando infine la guida ci stava spiegando il bieco interesse strumentale di una rivista americana degli anni cinquanta per la condizione dei contadini calabresi dopo la seconda guerra mondiale – interesse documentario che serviva soprattutto a monitorare le condizioni lavorative e di vita nelle aree sotto la possibile influenza comunista, tentando di orientare l’opinione pubblica a favore dell’imperialismo americano – ecco avvicinarsi un presunto curatore o addetto del museo che ci ha invitato alla performance conclusiva dell’intera Quadriennale; performance che sarebbe stata molto breve, ha detto, ma che aveva bisogno del silenzio e dell’attenzione di tutti i convenuti. La guida ha promesso che avrebbe concluso il prima possibile e poco dopo siamo andati tutti al centro del Palazzo delle Esposizioni a vedere questa performance conclusiva essenziale e brevissima.

Al centro dell’area centrale dell’edificio attorno a cui il pubblico attendeva, chi in piedi chi seduto, c’era un metronomo meccanico a forma di pinguino che catalizzava l’attenzione di tutti con il suo lentissimo e misterioso ticchettio. Mentre ticchettava noi lo guardavano e guardavamo anche il pubblico che lo guardava e si guardava a sua volta intorno. Alcuni riprendevano, altri facevano fotografie con il cellulare. Noi guardavamo il pinguino e ci guardavamo. Il pinguino ticchettava e noi lo guardavamo in attesa che succedesse qualcosa. Forse, ci siamo detti, quello non era un curatore o un addetto del museo ma proprio l’artista stesso che, come a volte capita, se la rideva dietro una colonna. A guardarlo, però, defilato, quel ragazzo con maglione a V, con una V molto ampia e bianca, la barba, pantaloni di velluto a coste, non si sarebbe detto che era un artista; sembrava proprio un curatore. Infatti, a un certo punto ha camminato fino al centro della sala, ha preso il pinguino e si è rivolto alla platea che ha tirato un sospiro di sollievo quando ha saputo che la performance non consisteva solo in quel pinguino metronomo, ma che stava per aver luogo la seconda parte della performance o meglio la vera performance che avrebbe coronato l’intera manifestazione o Quadriennale, e che lui era molto onorato di introdurre anche se all’inizio non doveva essere lui a presentarla ma il caso aveva voluto fosse proprio lui e anche per questa casualità lui era ancora più onorato e emozionato, anche perché, ha aggiunto, neanche l’artista ideatore di questa performance inizialmente doveva chiudere la manifestazione, doveva essere un altro ma tant’è, come si dice, alla fine, per caso, era toccato proprio a lui ,chiuderla, la manifestazione o Quadriennale. Diceva così, il curatore, strofinandosi le mani come si fa quando si parla davanti a tanta gente in circostanze ufficiali, quando si ha freddo o ci si deve concentrare, e in effetti mi sembrava che il curatore avesse preso possesso di tutte le sua facoltà di curatore nonché di uomo di cultura perché ci ha spiegato molto comprensibilmente che stava per avvenire un tentativo di unire la danza – arte in grado di esprimere col corpo la continuità del movimento – e i numeri che, per antonomasia, sono elementi “discreti” e analitici che al contrario “spezzano”, “dividono” per descrivere il mondo dal punto di vista scientifico e matematico. Ovviamente lui ha usato altre parole più pertinenti ma più o meno il concetto era questo e finalmente è entrata in scena la ballerina o performer che indossava delle scarpe nere di pelle, molto strette, pantaloni stretti ma non troppo, sempre neri, e un cosiddetto top stretto, nero, e anche i palmi delle mani, anzi tutte le mani pitturate di nero, sulla faccia, dipinti, dei numeri.

Ferma al centro della sala, si è rannicchiata su sé stessa come un uovo e ho subito pensato che quello fosse lo zero e infatti quando si è alzata e si è piegata toccandosi le dita dei piedi ho pensato che quello di prima era proprio uno zero e questo proprio il numero uno. Forse lo pensava anche la signora vicino a me che, fomentata dalla stessa ipotesi, rompendo il silenzio dell’intera platea, ha incominciato a fotografare tutte le successive figure, con il rumore di clic di macchina fotografica del telefono al massimo volume. Le successive figure, però, non mimavano più col corpo numeri riconoscibili ma forse alludevano al movimento delle lancette di un orologio e, bisogna ammettere che la performer o ballerina si muoveva bene, faceva bene l’orologio o la meridiana, o forse mimava i numeri digitali di un orologio digitale; mi sorprenderei se non stesse cercando di alludere all’arbitraria parcellizzazione del tempo da parte di un orologio, ma con movimenti di “danza” aggraziati armonici e “continui”.

Dopo circa quattro o cinque minuti la performance si è conclusa con la ragazza che nella sua ultima più sofisticata figura passava i palmi delle mani dipinti di nero sul pavimento lasciando delle sgommate sul marmo e permettendo al pubblico di applaudire e disperdersi sollevato.

Dopo questa performance ci siamo aggirati ancora per la mostra per vedere i padiglioni che non avevamo ancora visitato e c’era un video molto suggestivo di un uomo ripreso dall’alto che correva in mutande sull’Etna.

Su una parete di un’altra sala erano appese le foto di una presunta bambina cinghiale con tanto di foto che non saprei dire se fossero vere o meno, anzi, credo proprio fossero false. Allo stesso modo, poco più avanti c’erano delle altre foto che rappresentavano un altrettanto preteso licantropo, vissuto negli anni sessanta, mi sembra in Toscana.

Il mio unico rammarico è stato quello di non aver parlato con una graziosa signorina, una sorta di performer che invitava i visitatori a intrattenersi con lei su una panchina, da soli o in coppia, parlando di cose che, se non eri seduto vicino a lei non potevi udire. La signorina tirava fuori a un certo punto da una specie di scatola di scarpe dei presunti modellini di cartone da architetto e li faceva vedere al visitatore che si era prestato a partecipare a questa performance. Mostrava loro spiegandone la reale funzione, anche un vassoio di cartone dorato di quelli che si usano per i pasticcini; un vassoio misteriosamente tagliato in due pezzi che la signorina accostava come per ricordare che una volta erano stati uniti.

Dopo la mostra siamo andati a vedere al cinema un film che ci ha fatto incazzare ma questa è un’altra storia.

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L’inventore del karaoke

 

Un cliente rumeno vestito come se mancassero pochi mesi dalla caduta del muro – cravatta di cotone grossa con colori accesi reinfilata col nodo e stretta al collo ogni mattina, mocassini sfondati, pantaloni in fustagno – ama lamentare l’inadeguatezza a suo avviso premeditata e criminale dei sistemi di registrazione dei principali apparecchi di riproduzione o amplificazione per strumenti elettrici o acustici.
Ogni volta il discorso cade provocatoriamente su questo: i cinesi, solo in Cina, vendono apparecchi portatili da cintura molto economici, che consentono ottime registrazioni digitali, ma gli amplificatori per chitarra, tastiera e voce, le tastiere stesse, importati in Europa e prodotti in Cina, il più delle volte non hanno sistemi di registrazione integrati, costringendo il consumatore musicista all’acquisto di registratori digitali panoramici troppo costosi. Purtroppo l’argomento è interessante ma noi, ripetiamo sempre, non possiamo farci niente se i cinesi ci vendono apparecchi che potrebbero avere sistemi di registrazione integrati ma ne sono sprovvisti.
L’altro giorno a questo signore che ha un infinito bisogno di qualcuno che comprenda questa apparentemente folle idiosincrasia in cui versa l’occidente tecnologico e industrializzato, reso però retrogrado dai cinesi stessi, questo signore con gli occhi neri a bottoncino, capelli bianchi spiritati e denti spaziati vagamente ferini, mi ha raccontato che lui, nei primi anni 80, per primo, inventò il karaoke.
Ceaucescu in diretta faceva uno dei suoi graziosi discorsi alla radio e il signore per sbaglio ha fatto cadere a terra l’apparecchio su cui lo stava ascoltando: una radio del tempo “con maniglia”, attacco per microfono e cassetta. Improvvisamente, con quello stesso microfono, era possibile commentare in diretta le parole del Segretario generale del partito comunista romeno e, nei giorni seguenti, il signore si è esibito davanti agli amici che sono rimasti molto colpiti e si sono complimentati per la bella invenzione.
Purtroppo non ha pensato al brevetto di questa prodigiosa anticipazione del karaoke, il signore, e per questo oggi subiamo l’acrimoniosa frustrazione di questo genio sfortunato e incompreso.

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Il decoro perduto parte terza

 

Quando fingi di fare le pulizie e un’incrostazione di cibo sul battiscopa alla base dei fornelli ti spinge a piegarti umilmente per grattarla con l’unghia del mignolo – negando, contro ogni evidenza, che la cosa ti abbia reso meno imperturbabile – eccoti illuminato per un istante il concetto di necessità.

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Ortodosso in chiusura

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L’altra sera, alle ventuno meno dieci, proprio all’ora della chiusura, un tedesco vestito come un ebreo ortodosso, forse proprio un ebreo ortodosso, è salito trafelato al reparto musica al primo piano e ha incominciato a parlare tedesco, ma noi non parlavamo tedesco e allora lui ha incominciato a fare dei gesti, a produrre asprissimi fonemi gutturali che non riuscivamo a distinguere; parole tedesche incomprensibili pronunciate in maniera sempre più concitata e convulsa. Questo tedesco rosso, con la barba, vestito come un ebreo ortodosso, forse sul serio un ebreo tedesco ortodosso con la barba, non voleva dvd di opere liriche né dvd di concerti rock o jazz, né tantomeno ciddì; nessun ciddì voleva l’ebreo ortodosso tedesco sempre più esasperato dall’incomprensibilità del suo idioma.

Continuava a passarsi velocemente i palmi delle mani aperti sul petto fino all’ dell’ombelico, come se quello fosse il gesto più chiaro e inequivocabile del mondo, ma noi non capivamo lo stesso e lui sembrava soffrire. Sembrava anche, come si dice, avere le ore contate e così gli ho chiesto di disegnare cosa cercava e gli ho offerto un foglio su cui ho disegnato io, per rompere il ghiaccio, una specie un uomo stilizzato come quelli sulle porte dei servizi igienici.

Il poveretto ha preso la penna e ha incominciato con foga belluina a completare l’uomo stilizzato dotandolo di un inequivocabile altrettanto stilizzato enlarged penis. E finalmente ho capito di cosa aveva bisogno il furbacchione. L’ho accompagnato a piano terra spiegandogli inutilmente che non avevamo più un settore erotico ma che forse qualcosa di simile si poteva trovare. Al piano di sotto l’infoiato indicava tutti i dvd che esibivano in copertina foto di porzioni di pelle femminile nuda, e io cercavo di avere un’espressione più rassicurante possibile in modo che capisse che avevo capito, che mi rendevo conto dell’importanza di quella sua ortodossissima ricerca e che, ne ero convinto, sarebbe rimasto soddisfatto.

La cosa in senso lato più vicina a un porno, ho pensato, quantomeno in questo negozio, a quest’ora, a cinque minuti dalla chiusura, e soprattutto dal punto di vista dell’esplicitazione della copula, ho continuato a pensare, non può che essere “Nynphomaniac” di Lars Von Trier, e così ho preso il dvd di questo film e l’ho dato al signore che sembrava sconvolto dal prezzo promozionale, soprattutto considerando le foto sul retro di copertina; foto davanti alle quali mi è parso felice come un bambino.

Alla fine però ha detto qualcos’altro infilandoci dentro l’unica parola comprensibile di quella faticosa interazione; ha ripetuto più volte qualcosa di simile a “classic”, facendomi ipotizzare che volesse anche qualcosa di erotico classico, forse d’autore; ipotesi che, visto la losca agitazione dell’uomo, non avevo nemmeno preso in considerazione. Vista l’imminente ora di chiusura ho optato per un compromesso storico e con un semi-arbitrario colpo di mano, puntando anche sulla vivacissima copertina, gli ho dato “Giovannona coscia lunga disonorata con onore”. Sembrava andargli bene ed era ancora più entusiasta del prezzo e mi ha fatto capire che sarebbe andato a cercare i soldi e che sarebbe tornato il prima possibile. Poco dopo finalmente anch’io sono andato a casa.

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