Il decoro perduto parte seconda

 

Questa mattina pioveva e l’aria nel tram era umida e tropicale. Ho trovato posto a sedere ma subito nel vagone è entrata una signora anziana africana con in mano uno sgabello pieghevole che, vista la gente, non avrebbe mai potuto usare. Mi sono alzato per farla sedere e ho notato che aveva una striscia di capelli bianchi che le percorreva la testa dalla nuca alla fronte; una crestina bianca centrale, naturale, della stessa lunghezza del resto dei capelli corti, nerissimi e uniformi. La signora ringraziando si è seduta e io sono rimasto in piedi nel corridoio con le cuffie.

Ogni tanto abbassando lo sguardo notavo che sorrideva.

“Che bella signora anziana con crestina naturale”, pensavo, “ci vorrebbe ogni mattina, sul tram, una signora così”.

Quando stavo per scendere e a mia volta le sorridevo per salutarla, quella mi fa il gesto di abbassarmi. Mi abbasso, e lei, con molto tatto, mi dice in un orecchio: “Volevo solo dirle… che ha la bottega aperta”. Quindi, con discrezione, ho cercato di ricompormi e, ringraziandola della dritta, sono sceso.

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Il decoro perduto

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Mi succede una cosa che non so neanche se raccontarla. La racconto: ho incominciato a fare i cosiddetti “Cinque Tibetani” ma quando faccio l’esercizio in cui bisogna rimanere supini portando in alto le gambe coi piedi a martello, subisco sul tappetino l’effetto ventosa e mi scoreggia la schiena in maniera davvero poco tibetana. Per fortuna a breve l’arrivo dell’autunno mi costringerà a indossare di nuovo la maglietta riacquistando così il decoro perduto.

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Il naso della signora

All’ufficio anagrafe una signora anziana con un naso enorme chiede incredula a un altro signore più giovane in coda, se trova che la foto fatta per il rinnovo della carta d’identità sia davvero così poco somigliante come lamentato dall’impiegata che, dice la signora, sostiene che “no’ sembro manco io”. Il signore guarda la foto, la signora, la foto e conclude diplomatico: “Signò, è sovraesposta, ce sta troppa luce: j’ha appiattito tutto”.

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The Colonel

The Colonel non si era visto tutta l’estate e, considerando l’età, nonostante un apparente salute di ferro, non potevamo escludere gli fosse successo qualcosa. Quando già l’estate volgeva al termine, eccolo invece nuovamente al suo posto.

The Colonel si potrebbe descrivere come una specie di colonnello baffuto ultrasettantenne in pensione, un esempio di olimpica e maschia serenità da spiaggia e di impeccabile, quasi militare, organizzazione logistica dello spazio deputato al relax, alle attività sportivo balneari.
Gli anni scorsi lo trovavi ogni giorno al suo posto: lunedì, martedì, sabato… forse solo la domenica, non c’era, the Colonel.

The Colonel raggiunge la spiaggia indossando freschi abiti di lino, spesso bianchi: pantalone, camicia, sandali. Ai polsi molti bracciali, alle dita molti anelli; spesso le unghie smaltate di nero. Un estetica eccentrico-colonial-fricchettona che ha col tempo esaltato ai nostri occhi il suo innegabile lato spirituale, connesso a una profonda disciplina marittimo-contemplativa ai confini con la magia bianca. Gli aspetti marziali, quali il curatissimo baffo, la spazzola militare dei capelli, la corporatura robusta e la perfetta organizzazione del campo, convivono infatti con abbigliamento, maquillage e orpelli in maniera organica e sensata. Pregevolissima è la qualità della sdraio adottata, una sdraio regolabile in molteplici posizioni, provvista di porta-bibita, un aspetto robusto, tecnico e comodissimo.
Al Colonel piace prendere il sole leggendo o facendo parole crociate ma porta sempre con sé anche una canoa gonfiabile che gonfia la mattina presto con pazienza, e con cui pagaia sul mare. Altrettanto affascinante è la cura con cui, quando la sgonfia e ripone nell’apposita custodia, è solito spazzolarla per evitare vi rimangano attaccati granelli di sabbia. The Colonel ama la solitudine ma sorride e saluta tutti, grandi e piccini, sotto i baffi, in spiaggia, e tutti lo conoscono ammirano e rispettano.
Da vecchi, noi, scimmie da spiaggia di primo pelo, vorremmo essere come lui.

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Il prestigiatore

Recentemente a cena mi sono reso protagonista di un atto di micidiale destrezza, scaturito, credo, da un’impellente bisogno di dimostrare a me stesso e ai commensali “di essere cambiato”.

Mi era sfuggito di mano il coltello e, nel tentativo di impedirgli di risuonare a terra rompendo l’incanto del convivio, sono riuscito a bloccarlo a schiaffo sulla coscia, rimanendo quindi immobile ad osservare l’alone d’olio che già si allargava attorno alla lama premuta di piatto sui pantaloni.

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La poesia di cortesia

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Della mia poesia preferita non conosco né il titolo né l’autore. Ha un ritmo incalzante e un suono formidabile ma soprattutto contenuti essenziali che mi aiutano a tenere  le redini del tempo, come in sella a un pony di cortesia:

Trenta dì ha novembre 

con april giugno e settembre 

di ventotto ce n’è uno 

tutti gli altri ne han trentuno.

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La scrupolo-punturina

 

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Immerso nella ricca vegetazione del litorale agro pontino, placido e soddisfatto come un’agave mediterranea, soggiornavo da giorni in una specie di capanna sulle dune quando ho incominciato a sentirmi tenacemente bronco-ostruito. Nonostante da più di ventiquattro ore facessi finta di niente, inalando senza alcun giovamento diverse polveri bronco dilatatorie, e assumendo  altrettanto inutilmente l’asso nella manica di ogni asmatico che si rispetti, ovvero una pastiglia di deltacortene da cinquanta milligrammi, ho invitato un amico – in maniera, devo dire, poco urbana, essendo quasi l’ora del tè – ad accompagnarmi pro-forma al pronto soccorso locale per sincerarmi circa l’esatto grado di ossigenazione del mio sangue.

Da anni vorrei comprarmi quella simpatica pinzetta che si applica su un dito per verificare la cosiddetta ossigenazione periferica; dato significativo indispensabile per conoscere il grado di ossigenazione totale del proprio corpo, ma purtroppo ogni volta rimando l’acquisto.

Al pronto soccorso, in attesa, c’erano solo un paio di persone. Ho suonato il campanello e ho detto che avevo il fiato molto corto, che ero asmatico e che avevo avuto, a suo tempo, un pneumatorace. Ho notato che fa sempre un certo effetto la parola pneumatorace sul personale medico ospedaliero; devono pensare sempre qualcosa come: “potrebbe lasciarci le penne, meglio visitarlo”. E infatti, subito, mi hanno visitato.

I bronchi sembravano liberi, non c’era alcun rumore sospetto. Forse, ha ipotizzato il giovane medico di turno,  “essendo lei allergico, la ricchissima vegetazione entro cui ha scelto di insediarsi può aver scatenato una silente costrizione bronchiale. Per questo”, ha aggiunto, “le faremo una punturina intramuscolare di bentelan e antistaminico; cosa che favorirà un soddisfacente prosieguo della sua lussuriosa vacanza tra le dune”. E così infatti è stato.

Fuori dal pronto soccorso, dall’alto di quella rassicurante diagnosi, e lieto come  dopo una scrupolo-punturina, mi sono disteso su un’aiuola spartitraffico con prato all’inglese e ho aspettato l’amico che, su mio insistito suggerimento, mi aveva lasciato al pronto soccorso per andare a far provvista di vermi americani indispensabili per la pesca al pesce serra in programma per la notte.

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Le incredibili metamorfosi di un cognome solo apparentemente semplice

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Da ben più di trent’anni molte persone sembrano non riuscire ad accettare la specifica, rigorosa e anagrafica disposizione delle lettere che fa del mio cognome, il mio cognome. Pensavo che le possibilità anagrammatiche e di cambio di vocale fossero esaurite, pensavo che, dopo Predesin, Presodin, Pedrosin e Predolin l’orgia carnascialesca delle variazioni fosse ormai circoscrivibile, documentabile, finita; e invece, a ferragosto, al tavolo prenotato telefonicamente il giorno prima, su un brandello di tovaglia cartacea,  ho trovato scritto Davide Predonis per tre; variante inedita che non può che rassicurarmi riguardo gli infiniti malintesi  che ancora mi attendono.

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L’esperto risponde a se stesso

A volte a metà mattina, a lavoro, scopro di avere una specie di ecchimosi purpurea sui vambracci, come se avessi appena lottato in una gabbia con qualche bestia feroce. Facendo appello a tutto il mio acume però, ripercorro le attività della mattina, la doccia, il caffè, la colazione e ricordo che con la marmellata ai frutti di bosco non si scherza: sui vambracci, nella foga, è un attimo.

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Benedizioni

CS 69 28th October 2010

CS 69 28th October 2010

Un uomo cieco e molto vecchio, con un incredibile rassomiglianza a Aemon Targaryen, la stessa severa e umana austerità del Lord Commander, è alla ricerca di alcuni pezzi classici rivisitati in maniera orchestrale da Richard Clayderman e James Last. Al suo seguito, a braccetto, una donna, forse ucraina, robusta, stoica e pazientissima nell’incassare i suoi rimbrotti.

Mentre leggo le tracce di ogni raccolta a disposizione, il signore si stringe vigorosamente i testicoli, non so se per scaramanzia o per qualche problema geriatrico urologico.

Quando lo accompagno all’ascensore che lo porterà alle casse con i ciddì che ha scelto, l’uomo ci tiene a ringraziarmi per la mia, dice, “infinita gentilezza” e mi stringe la mano con la stessa sua con cui, poc’anzi, era aggrappato ai preziosi.

Tra me e me lo ringrazio per aver trasformato un’altra noiosa e “gentilissima” giornata mercenaria in una specie di strana benedizione.

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