L’americano

Ieri a Portaportese un uomo molto alto, forse due metri, uno di quegli americani che, dopo vent’anni a Roma, continuano a parlare sempre e solo inglese, ha chiesto a un banchetto di scarpe se avevano un certo modello numero quarantacinque. Sembrava conoscere le ragazze e la venditrice dopo averlo salutato gli ha detto: “no, finish”. Quindi, rivolgendosi alla collega, ha aggiunto: “aò come se dice l’hai prese tutte te?”

 

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Na conferenza stampa

Ieri a Portaportese mi sono fermato a un banco di anticaglie in legno e ho mosso appena, avanti e indietro, un’automobilina con un pinocchio sopra che, quando la muovevi, il pinocchio faceva una rullata su un rullante che portava appeso al collo.
Quello del banco, pensando fossi preoccupato degli aspetti tecnici del giocattolo, ha voluto rassicurarmi: “funziona funziona e se voi sapè de che anno è chiedi pure”.
A questo, il vicino del banco a fianco, bonario ma sprezzante, guardando me ma rivolto a lui gli ha detto: “sì e che je voi fa, na conferenza stampa?”

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Farli sbottonare

Un sedicente impiegato del ministero dell’interno, uomo in soprappeso tra i cinquanta e i sessanta, capelli arancioni, andatura meccanica, sguardo fisso e voce monocorde, mi chiede “quella canzone degli Europe che non mi ricordo”. Gli do una raccolta degli svedesi cotonati in cui c’è The Final Countdown. Dopo aver ringraziato aggiunge che gli serve anche “l’Inno di Mameli diretto e interpretato dal maestro Allevi”. Non abbiamo nessuna registrazione di questa versione e gli propongo un umile Inno di Mameli contenuto in una raccolta da cinque euro e novantanove che contiene una ventina di inni nazionali del mondo.

Sembra soddisfatto e mi spiega che nel suo ufficio se ne sta per andare un dirigente a cui sono tutti molto affezionati e siccome a lui affidano sempre “certe festicciole di commiato” ha deciso di fargli una sorpresa musicale che, dice, “gli sarà di sicuro molto gradita”.

Gli faccio i complimenti per l’idea e aggiungo che mi piace molto una spilla che porta appuntata al maglione che si intravede attraverso il giaccone aperto. Mi spiega che è la spilla del ministero dell’interno “in cui vengono mostrate diverse armi quali spade asce e cannoni”.

“Purtroppo d’inverno non si vede” ma, aggiunge alzandosi il maglione, lui porta sempre con se molte altre insegne, distintivi, nastri, cartellini, placche, lascia passare e documenti di riconoscimento quali “il portachiavi della guardia di finanza, della polizia di stato, del pronto intervento medico” e molti altri che non ricordo visto che al collo, sotto al maglione, il sedicente impiegato del ministero dell’interno porta una quantità di chincaglierie che farebbero invidia a Mister T.

Continua spiegandomi che ci tiene sempre, quando qualcuno arriva o se ne va, a “organizzare qualcosa di carino”. “Una volta”, dice, “venne una signora francese per un incontro e ho cercato un libro che raffigurasse in copertina il legame tra Francia e Italia… ma non l’ho trovato e allora ho fatto delle fotocopie e un fotomontaggio da appendere. Sono bravo a fare queste cose e siccome lo sanno. mi affidano sempre questi compiti come di andare a comprare dei ciddì”.

Ormai completamente sbottonato, per salutarmi mi racconta di quando ha soccorso una signora che era caduta davanti all’altare della patria e che, siccome non si alzava, lui l’aveva aiutata e le aveva detto: “a signò, che se pensa che je fanno n’artro monumento pure a lei solo pecchè è caduta?”.

A questo gli ho stretto la mano ridendo e ci siamo augurati buona giornata.

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Non vale

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Ho fatto una cosa con le mie manine sante che di solito riesco a malapena a mettermi le dita nel naso. Ho visitato due accoglientissimi sfasciacarrozze nei pressi della Laurentina, discusso con dei meccanici addetti allo smontaggio e allo smercio al dettaglio di pezzi di ricambio, e infine ho rimontato un parasole da parabrezza che non rimaneva più alzato; costringendomi a volte a guidare col naso ad altezza volante e la sensazione di guidare bendato. Per un’attimo, quando ho visto che il nuovo parasole funzionava ho avuto una scarica di adrenalina, come se avessi costruito un dispositivo antigravitazionale e ho scritto questo post ma poi mi è passata subito e rimango a chiedermi chissà perché gli piace così tanto alla gente farsi le cose da soli. Voglio dire bello, per carità, ma non è che dopo sei felice sul serio, passa subito. Dovresti avere continuamente qualcosa da riparare, e dopo diventa una droga come tutte le altre e allora non vale.

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Scritto sembra sempre di più

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Questa mattina ho ricevuto una mail dall’università. Un prestampato in cui venivano riassunte informazioni fondamentali che non era dato reperire semplicemente consultando il sito, giuro. C’era proprio scritto: per informazioni scrivere una mail all’indirizzo eccetera eccetera. Questa mail mi ha fatto piacere, come se me l’avesse mandata un caro amico  scomparso: è arrivata puntuale, in risposta ad una mia richiesta di informazioni circa una preiscrizione che avevo effettuato on-line per conseguire degli esami cosiddetti “utili” per partecipare a un concorso per essere abilitato all’insegnamento nelle scuole medie dette anche, mi sembra, scuole secondarie di primo grado. La mail era dettagliata, fitta fitta di informazioni, ma in realtà abbastanza generica per quanto riguarda i tempi entro cui l’ateneo in questione contava di attivarsi per dare informazioni autentiche e utili; visto che ci sono forse migliaia di persone che aspettano e vorrebbero sapere e consultano il sito e si iscrivono a gruppi facebook per tenersi informati a vicenda circa il quando e dove. E a questo proposito, nella mail, il quando e dove non veniva esplicitato: si diceva entro febbraio questo, entro metà febbraio quello, con inizio dei corsi entro febbraio. La cosa sembra un po’ strana, ho pensato: nessuno sa ancora quali esami deve fare e quali esami gli riconoscono ma i corsi incominceranno entro febbraio; sarò ansioso io, chissà, sarà perché sono vecchiordinamento anzianotti e l’ateneo di provenienza mi ha già detto che non mi rilascia un bel niente, che è scaduto il tempo e che tutto quello che mi rilascia è una specie di autocertificazione con link attraverso cui le amministrazioni pubbliche possono controllare la veridicità   eccetera eccetera e nonostante questo mi sono iscritto lo stesso sperando che poi cambino idea.

Ad ogni modo, essere contenti di ricevere una mail del genere sarà anche un po’ strano ma io sono un po’ strano e divento contento quando mi scrivono gli enti pubblici che parlano senza calore, perché il calore non gli compete e uno, io, sotto sotto, un po’ ci soffre perché deve concentrarsi, leggere tra le righe, seguire una sintassi blindata, rigorosa, burocratica che ti fai male se cerchi di arrampicarti, rischi proprio di rimanerci secco. Comunque, ricevere questa mail, mi è sembrato, comunque, un piccolo passo avanti nella mia vita e ho deciso per festeggiare di iscrivermi anche a un gruppo di acquisto equo e solidale che sta vicino casa e che, quando sono andato a vedere, la gente sembrava simpatica e siccome sono un po’ stufo di andare al supermercato, anche se poi magari dovrò andare a dare una mano e comunque al supermercato non è che poi non ci vai più, ci vai lo stesso, ho compilato un modulo scaricato in word, ho sopportato la lentezza esasperante di questo vecchissimo portatile e ho effettuato un bonifico di iscrizione con prima quota per ordinare le verdure eque e solidali.

Fare queste cose e lavare i piatti e fare qualche esercizio e provare anche a pagare l’assicurazione della macchina ma non riuscirci perché il bonifico effettuato per la prepagata non è ancora entrato e ricordare con rabbia che il banchiere mi aveva assicurato che i bonifici di ricarica per la prepagata che mi stava rifilando sarebbero sempre entrati in tempo reale per permettermi di usare immediatamente la prepagata come carta di credito, fare tutto questo, ascoltando anche un po’ di musica, tentando di scoprire qualcosa di nuovo, qualcosa di decente, interessante, tutto questo sembra niente se non lo ricapitoli, però, tutto sommato – lo scopro scrivendo – tutto questo è comunque qualcosa; non è che butto via il mio tempo, sempre, del tutto. Tanto più che adesso, prima di andare a lavoro fino alle ore ventuno potrei cucinare un cavolo rosso e ho scritto una pagina, anche se non me l’aveva chiesto nessuno. 

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Montecaprino

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Il cliente Maurisandri Mauro (nome di fantasia) detto anche Montecaprino (soprannome autentico), appellativo scelto per il suo pungente odore di formaggio di capra, l’altro giorno è tornato a trovarci.
Non porta più liste lunghissime di titoli di dischi o libri o film fuori catalogo, ovvero non più in vendita da decenni – nel caso di film, roba che non hanno mai nemmeno stampato in dvd. Arriva con bagaglio leggero, adesso, solo il titolo, uno, di un cosiddetto prodotto che abbiamo promesso, dice, “gli avremmo procurato”.
Possiamo avergli detto che forse, un giorno, non potevamo escluderlo, quella vecchia musicassetta o videocassetta, quel vecchio libro, prima o poi, forse, lo avrebbero ristampato, ma non ci era dato di sapere quando. Ma a lui, la cosa suona sempre come una promessa che scopre non mantenuta perché, a intervalli regolari, torna a chiedere lo stesso prodotto e, se non è arrivato, se non l’hanno ristampato, si indigna, ti osserva con disprezzo attraverso i suoi minuscoli occhialetti da vista, e gracchia petulante di voler parlare con il direttore.
Montecaprino è un maniaco innocuo, forse al massimo taglia le code alle lucertole, è un compulsivo ossessivo come tanti; sgradevole, un po’ aggressivo, presuntuoso, ma con il bisogno abbastanza diffuso, anche tra clienti che vantano un maggior equilibrio psicologico, di essere riconosciuti come clienti con inalienabili diritti di cliente; solo per il fatto di aver varcato la soglia di un esercizio pubblico.
Non basta l’educazione e il rispetto della persona come sancito dalla carta dei diritti dell’uomo, no, alcuni clienti, che spesso patiscono molte frustrazioni domestiche, cercano nello shopping senza acquisti, una qualche forma di rivalsa, una forma ricattatoria di gratificazione fondata sui diritti non scritti del cliente che pretende cose che non esistono, che non sono in vendita. A cui piace fare delle rimostranze e soprattutto adora
ottenere udienza riparatrice con figure autorevoli quali “il direttore”.

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Esultare

Dopo lavoro sono riuscito a ritirare un’impegnativa per una visita medica, impegnativa lasciata dal mio medico di base a una farmacia chiusa. Ho suonato il campanello e mi sono fatto venire ad aprire dal farmacista ottantenne che forse dormiva. Era difficile farlo in tempo per la visita, ho pensato, ma a volte le cose vanno come dovrebbero andare. Quando ho di nuovo inforcato la bici, però, pedalando, ho notato che la manopola sinistra del manubrio era bagnata, quasi unta, e ho scoperto che un uccello ci aveva cagato ben bene sopra. Ho pensato di raccontarlo per mettervi in guardia riguardo all’esultare. Mai esultare prima di essere al sicuro nel proprio letto, addormentati. Esultare nel sonno va bene.

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Crudismo canino n. 124 ovvero Fiocco (16/03/2017)

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Questa mattina sono andato in bici al parco e mi sono disteso al sole a leggere. Mentre leggevo si è avvicinato un pincher bianco, grande come il cavallo della Barbie: un pincher di nome Fiocco. Così lo chiamava il padrone che continuava a rincorrerlo zoppicando. Si vedeva che avrebbe voluto rilassarsi anche lui, al parco col sole, ma non poteva perché doveva rincorrere Fiocco che rincorreva a sua volta dei cani più grandi che sembravano trovarlo irresistibile; un alano, un labrador, un molosso: tutti contagiati dal carisma di Fiocco. E il signore zoppo e anche una donna che stava con lui, continuavano a rincorrerlo urlando “fioccooo fioccooo vieni quaaa” ma Fiocco voleva giocare.
Nel frattempo io leggevo e prendevo il sole e ho provato anche a fare i cinque tibetani, solo che ero in discesa e girare su me stesso sul posto con le braccia aperte, mi fomentava la nausea, e così mi sono dovuto sedere e distendere ancora a leggere prima di ripartire soddisfatto, con Fiocco nel cuore.

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Crudismo n.122

Stavo per aggiungere una spolverata di fondo di sacchetto di fonzi sulla pasta al tonno condimento a crudo ma all’ultimo ho avuto una sciocca impennata d’orgoglio che mi ha inibito.

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Gli scherzi degli scienziati

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Al veglione di capodanno ho conosciuto un biologo appassionato di insetti che raccontava che si era fatto mandare degli insetti giganti dall’Australia, insetti lunghi come un braccio e grossi come un ginocchio. Li teneva in camera e li faceva volare, anche se forse, a dire il vero, non era nemmeno un appassionato di insetti sul serio e, il suo, era solo un capriccio di scienziato. Non come una sua amica che poi è diventata entomologa e che, una volta, prima di diventare entomologa, ha invitato il biologo a vedere la sua collezione di insetti giganti tropicali e la camera brulicava davvero di insetti giganti tropicali con le ali e pieni di zampe che rischiavi di calpestarli e fargli fare quel rumore orribile di insetti giganti calpestati che uno si immagina sempre facciano,gli insetti giganti calpestati.

A volte, alla sorella della futura entomologa a cui gli insetti invece non piacevano, la futura entomologa, per scherzo, metteva nel letto, sotto le lenzuola, degli insetti chiamati insetti “stecco”, insetti anche questi lunghi come un braccio e sottili come uno stecco; per scherzo li metteva sotto le lenzuola, la futura entomologa, nel letto, alla sorella.

Che scherzo! Abbiamo pensato noi che ascoltavamo come se fosse un film di fantascienza con gli insetti giganti; solo che sapevamo che era tutto vero perché il biologo era un tipo serio e credibile e i suoi racconti non erano un modo per mettersi in mostra, neanche quando ha aggiunto, a proposito degli scherzi degli scienziati, che quando non si sapeva ancora che la radioattività faceva venire il cancro alcuni insegnanti o ricercatori futuri scienziati giocavano a “spegni la luce nel laboratorio e lancia la barra di radio” o qualche altro pezzo di materiale radioattivo che non mi ricordo e che, con la luce spenta, mostrava tutta la sua spettacolare fosforescenza.

Mi è sembrato plausibile: chi non lancerebbe qualcosa di fluorescente al buio, se potesse, e mi è sembrato altrettanto plausibile che Maria Sklodowska a cui dobbiamo la scoperta della radioattività sia andata tutta la vita in giro con una specie di amuleto di polonio appeso al collo, o almeno così ha raccontato il biologo al veglione.

 Ho anche cercato questa notizia su internet e ho trovato solo che tutti gli averi di Maria Sklodowska sono conservati in un museo e che saranno ancora radioattivi per almeno altri millecinquecento anni e che nonostante Maria Sklodowska  intuisse il rischio, per tutta la vita raccomandò gli altri di proteggersi ma non lo fece mai per se stessa; quindi magari è vero che aveva un amuleto di polonio, chissà.

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